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Savanna Hypothesis: siamo diventati umani nella savana?

Per molto tempo abbiamo immaginato i nostri antenati in un paesaggio preciso.

Una grande distesa d’erba africana: pochi alberi, il caldo, i predatori. E una scimmia che, costretta a lasciare la foresta, comincia a camminare su due gambe.

È una delle immagini più famose della nostra storia evolutiva.

Ed è anche alla base di quella che viene chiamata Savanna Hypothesis, l’ipotesi della savana.

Secondo questa teoria, milioni di anni fa il clima africano sarebbe diventato progressivamente più secco. Le foreste si sarebbero ritirate, lasciando spazio agli ambienti aperti. I nostri antenati, costretti a trascorrere sempre più tempo a terra, avrebbero sviluppato il bipedismo e una serie di caratteristiche che li avrebbero portati, lentamente, verso l’uomo.

Ma oggi la ricerca scientifica ci racconta qualcosa di molto più interessante.

Non sembra che siamo diventati umani semplicemente perché siamo scesi dagli alberi e siamo entrati nella savana.

Prima della savana c’erano ancora gli alberi

Uno dei problemi della vecchia ipotesi è arrivato proprio dai fossili dei primi ominidi.

Parliamo di Ardipithecus ramidus, vissuto circa 4,4 milioni di anni fa nell’attuale Etiopia.

Quando i ricercatori hanno studiato non solo le sue ossa, ma anche il terreno nel quale sono state trovate, la vegetazione, gli animali e gli isotopi conservati nei sedimenti, è emerso un ambiente molto diverso dalla savana aperta che avevamo immaginato.

L’ambiente era prevalentemente boschivo, anche se non completamente privo di spazi erbosi. E Ardipithecus era già capace di muoversi in posizione eretta.

Questo significa che il bipedismo compare quando i nostri antenati vivevano ancora in ambienti dove gli alberi avevano un ruolo importante.

Ma allora la savana non c’entra niente?

In realtà c’entra.

Solo che dobbiamo smettere di pensare alla savana come a una distesa infinita di erba con qualche albero solitario.

Una savana reale è molto più complessa. Può contenere praterie, boschetti, alberi isolati, boscaglie, foreste lungo i corsi d’acqua, zone umide e aree più aperte.

E soprattutto può cambiare rapidamente.

È quello che gli scienziati chiamano spesso mosaic landscape, un paesaggio a mosaico.

Ed è probabilmente proprio questo tipo di ambiente che dobbiamo immaginare quando pensiamo all’Africa nella quale si sono evoluti i primi ominidi.

Non una foresta che improvvisamente scompare lasciando il posto alla savana. Piuttosto, un paesaggio composto da ambienti diversi che si incontrano, si alternano e cambiano nel tempo.

Perché un paesaggio di savana ci sembra così familiare?

C’è un’altra domanda interessante.

Se per milioni di anni i nostri antenati hanno vissuto in paesaggi fatti di alberi, spazi aperti, acqua e vegetazione più o meno fitta, il nostro cervello conserva ancora oggi qualche traccia di questa lunga storia?

Non possiamo dire che il nostro sistema nervoso “riconosca la savana” in modo consapevole. Ma sappiamo che gli esseri umani reagiscono in modo particolare a determinati elementi del paesaggio: la possibilità di vedere lontano, la presenza di alberi e vegetazione, l’acqua, la luce naturale, la sensazione di avere un luogo protetto alle spalle e, allo stesso tempo, una buona visuale dello spazio circostante.

È una combinazione che ricorda molto i paesaggi a mosaico nei quali si sono mossi i nostri antenati.

Un ambiente abbastanza aperto da permettere di guardare lontano, ma con alberi e vegetazione sufficienti a offrire riparo e protezione.

Non è un caso che molte persone trovino particolarmente piacevoli i paesaggi nei quali si può stare dentro la vegetazione e, allo stesso tempo, avere una vista libera verso l’esterno.

Il nostro sistema nervoso, in questi ambienti, può trovarsi in una condizione interessante: non deve essere completamente all’erta, come potrebbe accadere davanti a un ambiente sconosciuto o minaccioso, ma nemmeno completamente “spento”.

Qui possiamo esplorare, guardare, orientarci, prevedere cosa c’è oltre il sentiero. E contemporaneamente sentirci protetti.

È una delle idee alla base della prospect-refuge theory, secondo cui gli esseri umani tendono a preferire ambienti che combinano una buona possibilità di osservare ciò che ci circonda con la presenza di luoghi in cui sentirsi riparati.

E forse è proprio questa combinazione che ritroviamo, inconsapevolmente, anche nei nostri giardini.

Pensate a quanti giardini sono costruiti secondo uno schema molto simile: un prato o uno spazio aperto al centro, alberi e arbusti ai margini, qualche zona più densa di vegetazione, un sentiero che permette di attraversare lo spazio e, quando possibile, una vista che si apre oltre.

Non stiamo ricreando consapevolmente la savana africana, ma spesso costruiamo intorno a noi paesaggi che possiedono alcune delle caratteristiche che il nostro cervello sembra trovare rassicuranti e interessanti.

Forse non è un caso.

Forse, quando progettiamo un giardino, scegliamo inconsapevolmente una via di mezzo tra due esigenze molto antiche: vedere senza essere troppo esposti, esplorare senza sentirci completamente vulnerabili.

E questo ci ricorda una cosa importante: il paesaggio non è soltanto qualcosa che guardiamo.

È qualcosa a cui il nostro corpo e il nostro sistema nervoso reagiscono continuamente.

Per questo il rapporto con la natura non riguarda soltanto ciò che pensiamo quando siamo in un bosco o davanti a un panorama: riguarda anche ciò che accade, spesso prima ancora che ce ne rendiamo conto, nel nostro corpo.

Forse è anche per questo che alcuni paesaggi ci fanno rallentare, altri ci incuriosiscono, altri ancora ci mettono in allerta. E alcuni, semplicemente, ci fanno venire voglia di restare.

Un mondo da attraversare

L’idea del paesaggio a mosaico può cambiare completamente il modo in cui possiamo immaginare la nostra evoluzione.

Pensiamo a un paesaggio dove, nello stesso giorno, un animale può muoversi tra gli alberi, attraversare una zona aperta, raggiungere un corso d’acqua e tornare nella vegetazione più fitta.

Non deve scegliere tra “foresta” e “savana”, ma deve imparare a vivere tra ambienti diversi.

Ed è qui che entra in gioco una delle ipotesi più interessanti sull’evoluzione umana: la Variability Selection Hypothesis, associata soprattutto agli studi di Richard Potts.

Secondo questa idea, il problema fondamentale non sarebbe stato adattarsi a un particolare ambiente.

Sarebbe stato affrontare un ambiente che cambiava continuamente: periodi più umidi e periodi più secchi, foreste che avanzano e si ritirano, laghi che si espandono e che poi scompaiono, praterie che diventano più estese, nuove risorse che compaiono e altre che diventano improvvisamente scarse.

In un mondo del genere, forse non era sufficiente essere perfettamente adattati a un habitat.

Serviva qualcosa di diverso: la capacità di cambiare comportamento.

E il nostro bipedismo?

È probabilmente il punto più affascinante della storia.

Per molto tempo abbiamo pensato che camminare su due gambe fosse una risposta diretta alla savana.

Meno alberi. Più terreno. Quindi più cammino.

Ma anche qui la realtà sembra essere più complicata.

I nostri parenti più prossimi possono vivere in ambienti molto diversi e continuare a utilizzare gli alberi in modi importanti. Studi sugli chimpanzé che abitano le savane-mosaico della Tanzania mostrano, per esempio, che vivere in un ambiente più aperto non significa semplicemente diventare più terrestri. Gli alberi continuano a essere fondamentali.

Questo suggerisce una possibilità affascinante: alcuni aspetti del nostro bipedismo potrebbero essersi sviluppati mentre i nostri antenati continuavano a vivere, almeno in parte, sugli alberi.

Non siamo necessariamente diventati bipedi perché abbiamo smesso di arrampicarci. Potremmo essere diventati bipedi mentre imparavamo a fare entrambe le cose.

Gli alberi, quindi, non sono un capitolo chiuso

Negli ultimi anni la ricerca ha riportato gli alberi al centro della discussione sull’evoluzione umana.

Non più come il luogo che i nostri antenati avrebbero dovuto necessariamente abbandonare, ma come una parte importante del loro ambiente.

Questo cambia anche l’immagine che abbiamo dei primi ominidi. Non dobbiamo più immaginarli come piccole scimmie che, un giorno, scendono definitivamente dagli alberi e si ritrovano nella savana.

È probabilmente più realistico immaginarli dentro un paesaggio complesso, nel quale il confine fra terra e alberi era ancora molto importante.

E dove ogni ambiente offriva qualcosa: cibo, rifugio, acqua, possibilità di fuga. Nuove risorse e nuovi pericoli.

Eppure gli ambienti aperti diventano sempre più importanti

A questo punto potrebbe sembrare che la scienza abbia semplicemente sostituito la “teoria della savana” con la “teoria della foresta”.

Non è così. Gli ambienti aperti hanno avuto, e probabilmente hanno continuato ad avere, un ruolo importante nell’evoluzione dei nostri antenati.

Nel corso del tempo le praterie e le savane si sono espanse in molte regioni dell’Africa. Gli ominidi hanno iniziato a vivere e muoversi sempre più frequentemente attraverso ambienti aperti.

E nel Pleistocene, quando il genere Homo era già comparso, i paesaggi aperti sembrano avere avuto un ruolo importante nella nostra storia evolutiva.

La savana, quindi, non è stata “smentita”.

È stata ridimensionata.

Non è più la spiegazione unica di tutto, ma è diventata uno degli elementi di un sistema molto più grande.

se Non siamo nati nella savana, allora siamo nati nel cambiamento?

Questa è forse la parte più affascinante della storia.

La nostra evoluzione non sembra raccontare la conquista di un ambiente perfetto.

Racconta piuttosto l’adattamento a un mondo imperfetto e imprevedibile.

Un mondo nel quale gli alberi non sono mai scomparsi davvero, nel quale la savana non è mai stata soltanto una distesa d’erba e nel quale il clima continuava a cambiare e il paesaggio con lui.

E forse proprio qui troviamo qualcosa che ci riguarda ancora oggi.

Quando camminiamo in un bosco, attraversiamo una radura, seguiamo un fiume o percorriamo un sentiero che passa continuamente da un ambiente all’altro, stiamo facendo qualcosa di molto antico.

Stiamo attraversando un paesaggio: lo osserviamo; cerchiamo acqua, una direzione, tracce.

Ci adattiamo alla luce, al terreno, alla vegetazione e alla temperatura.

Siamo animali capaci di abitare il cambiamento.

Ed è forse questa la vera eredità della nostra evoluzione: non aver conquistato la savana, ma aver imparato a vivere tra mondi diversi.

Vuoi provare questo paesaggio sulla tua pelle?

Nella Baraggia Biellese è possibile fare un’immersione in foresta un po’ diversa dal solito: praterie, brughiere, alberi e cespugli che lasciano libero lo sguardo, in un paesaggio che per certi aspetti ricorda le savane africane. Cammineremo lentamente, osserveremo il paesaggio e lasceremo che sia anche il nostro sistema nervoso a fare esperienza di questo ambiente aperto.

E’ l’occasione per scoprire perché certi paesaggi ci fanno sentire immediatamente bene.

👉 Scopri l’esperienza di Forest Bathing nella Baraggia Biellese.


Per approfondire

La ricerca sulla Savanna Hypothesis è ancora aperta e continua a evolversi. Tra i lavori più importanti troviamo gli studi paleoecologici su Ardipithecus ramidus, le ricerche sulla copertura arborea e sulle piante C4, gli studi sul comportamento dei primati nelle savane-mosaico e la Variability Selection Hypothesis di Richard Potts.

Il quadro che emerge è sempre più quello di un’evoluzione legata non a un singolo paesaggio, ma alla capacità di affrontare ambienti complessi, variabili e in continuo cambiamento.

Marina Luciani

Guida di Natura nel Parco del Ticino | Istruttrice di Forest Bathing e di Nordic Walking | Teacher di P4C

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