C’è una retorica molto diffusa nel mondo outdoor e nei social: quella per cui, se un progetto è bello, autentico e fatto bene, prima o poi “funzionerà”.
Io non ne sono più così sicura.
Negli anni, con Avventura sulle Gambe, ho creato attività in cui credevo profondamente. Idee pensate, studiate, costruite con cura. Alcune, a mio parere, persino rivoluzionarie nel modo di vivere la natura, l’educazione ambientale o il benessere nel bosco.
Eppure, alcune di queste esperienze sono state dei flop clamorosi.
Non brutte idee.
Non progetti improvvisati.
Semplicemente: proposte che non hanno trovato pubblico.
E forse vale la pena raccontarlo.
Connessioni Selvatiche nasceva da una domanda molto semplice:
possiamo fare educazione ambientale senza limitarci a “insegnare nomi” o trasmettere nozioni?
L’idea era costruire un percorso educativo diverso, profondo, esperienziale. Un modo per lavorare sulla relazione tra esseri umani e ambiente naturale, sul senso del selvatico, sulla percezione, sull’empatia ecologica.
Non il classico laboratorio “scopriamo gli animali del bosco”.
Qualcosa di più difficile da spiegare, forse. Ma immensamente più trasformativo.
Per me resta uno dei progetti più belli che abbia mai scritto: unisce il mio background filosofico all’esplorazione della Natura, porta la riflessione filosofica nel mondo reale, permea la scoperta di dialogo e di pensiero. Combina la P4C con la conoscenza della Natura. E’ un percorso unico e davvero educativo, sotto tanti aspetti diversi.
Risultato?
Nemmeno una richiesta di preventivo.
Zero.
Non una scuola.
Non un’associazione.
Non un centro estivo.
A volte penso che sia stato semplicemente troppo in anticipo.
Altre volte penso che il problema sia opposto: forse oggi l’educazione ambientale viene ancora percepita come intrattenimento educativo, più che come esperienza culturale e relazionale profonda.
Con Imboschiamoci – Pillole di Forest Bathing volevo fare una cosa molto semplice: togliere il bagno di foresta dalla dimensione “evento speciale”.
L’idea era creare sessioni brevi, accessibili, quasi quotidiane.
Un’ora nel bosco prima di andare al lavoro.
Un’immersione sensoriale a fine giornata, prima di rientrare a casa.
Un appuntamento continuativo con il benessere naturale, anche attraverso formule in abbonamento.
Perché il benessere non nasce quasi mai dall’esperienza eccezionale fatta una volta.
Nasce dalla continuità.
Era, secondo me, una delle idee più sensate che abbia avuto.
Eppure sono riuscita a proporla davvero pochissime volte.
Molti amano l’idea del forest bathing come esperienza rara, poetica, quasi “da regalo”.
Molto meno come pratica continuativa da integrare nella vita reale.
Ed è un peccato enorme.
Whispering Wood & River Routes era probabilmente il progetto escursionistico più ambizioso che abbia mai immaginato.
Una lunga linea verde nel Parco del Ticino.
Un percorso a tappe da Pavia a Sesto Calende.
Boschi, fiume, lanche, campagne, nebbie, silenzi.
Non la classica escursione della domenica.
Quasi un cammino.
Un modo lento di attraversare il territorio, entrando davvero dentro il paesaggio del Ticino.
Ma non sono mai riuscita a raccogliere abbastanza prenotazioni nemmeno per partire con una singola tappa.
E questa cosa mi ha insegnato qualcosa di importante: spesso le persone desiderano l’idea dell’avventura lunga, ma nella pratica fanno fatica a dedicarle tempo, continuità e fiducia.
Soprattutto vicino a casa.
Perché paradossalmente siamo disposti a camminare per giorni in luoghi lontani, ma facciamo fatica a vedere il valore epico dei territori che abitiamo.
C’è poi Wild Trails – Sulle tracce del selvatico.
Ed è forse il flop più strano di tutti.
Perché l’esperienza piace moltissimo.
È un’escursione sulle tracce della fauna selvatica: riconoscimento tracce, segni di presenza, ricerca della fauna, lettura del paesaggio, punti di marcatura del branco di lupi del Parco del Ticino.
Le persone che partecipano spesso tornano, alcune più volte. Qualcuno mi ha detto di aver vissuto un’esperienza formativa, più che un’escursione,
Eppure non riesco quasi mai ad agganciare persone nuove.
Come se esistesse una piccola comunità molto appassionata, ma una barriera invisibile verso l’esterno.
Forse il “selvatico” affascina tantissimo… ma intimorisce altrettanto.
Forse molte persone pensano che servano competenze particolari.
Forse il lupo attira e spaventa contemporaneamente.
Non lo so.
So solo che ogni volta che accompagno qualcuno in queste esperienze, vedo accendersi qualcosa.
Ed è anche per questo che continuo a proporle.
Credo di sì.
Perché obbligano a fare una distinzione dolorosa ma necessaria:
quella tra il valore di un progetto e la sua capacità di stare sul mercato.
Le due cose non coincidono sempre.
Ci sono idee mediocri che funzionano benissimo.
E idee profondissime che restano invisibili.
Raccontiamo molto poco questi fallimenti, soprattutto nel lavoro indipendente.
Mostriamo le attività sold out, le fotografie belle, i numeri che crescono.
Molto meno spesso diciamo:
“Questa era una delle cose migliori che abbia mai creato. E non l’ha voluta quasi nessuno.”
Ma forse anche questo fa parte del rapporto con il selvatico.
Seminare senza garanzie.
Continuare a proporre visioni anche quando non diventano prodotti di successo.
Difendere spazi di autenticità dentro un mondo che premia soprattutto ciò che è veloce, semplice e immediatamente consumabile.
E quindi sì: questi sono i grandi flop di Avventura sulle Gambe.
E no, non riesco ancora a considerarli errori.
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