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Il Blog di Avventura sulle Gambe

Cosa è

Questo non è solo un blog di escursionismo e non è un diario delle mie giornate.

Questo blog racconta la mia storia e il mio percorso personale e professionale, mostra le mie riflessioni sui temi che mi stanno a cuore, ragiona sui miei valori, regala consigli sul mondo dell’escursionismo e riporta notizie e curiosità dal Parco del Ticino.

Il racconto di me segue una narrazione disordinata, ma che ha come filo conduttore riscoprire noi stessi nella Natura e attraverso di essa.

Perchè leggerlo

Ci sono almeno tre buoni motivi per leggere gli articoli e per seguire il blog:

  • conoscere me, i miei valori e la mia attività,
  • trovare consigli utili per organizzare le tue escursioni,
  • scoprire il Parco del Ticino e le sue meraviglie.

Chi lo scrive

Lo scrivo principalmente io, che sono Marina: Guida Ambientale ed Escursionistica e creatrice di Avventura sulle Gambe.

E poi lo scrivi tu quando commenti gli articoli, raccontando le tue esperienze personali, aggiungendo suggerimenti o facendo critiche costruttive.

Perché questo blog sia vivo e interessante e collettore di voci diverse, è bello che io non sia la sola a scrivere gli articoli. Se hai qualcosa di interessante da raccontare, partecipa a questo blog come autore!

 

Come è organizzato

Gli articoli sono suddivisi in quattro diverse categorie:

  • Consigli: consigli sull’escursionismo e sul nostro rapporto con l’ambiente,
  • Riflessioni: riflessioni personali sui temi che mi stanno a cuore,
  • Eventi e Notizie: eventi in programma e notizie sul mondo dell’escursionismo,
  • Parco Ticino: notizie e curiosità sul Parco del Ticino.

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giardino della biodiversità

Il Giardino della Biodiversità

Il Giardino della Biodiversità e l’Anello Sforzesco di Vigevano

L’idea

Metti un Guardia-parco appassionato, uno di quelli che recupera le piante che crescono sulle strade perché non siano schiacciate da chi vi transita, uno di quelli che farebbe aiuole per le farfalle in ogni angolo abbandonato, uno di quelli che nella cantina di casa costruisce hotel per gli insetti nel tempo libero…

Metti un Alpino amante degli alberi, uno di quelli che cerca sempre l’essenza giusta per piantumare e rimboschire qualsiasi terreno brullo, uno di quelli pronti a smuovere le autorità per valorizzare il territorio, uno di quelli che ha sempre mille idee da condividere per creare qualcosa di bello…

Ecco, fai che Massimo Balocco e Renzo de Candia si conoscano (piantumando un viale insieme agli Scout) e sei pronto a creare una coppia di guerriglieri del verde senza precedenti!

Quel rettangolino di terra all’inizio della pista ciclopedonale sul Canale Conti era abbandonato e incolto da anni; chiuso tra i canali e il bosco, nascondeva un paio di tavoli da pic-nic che marcivano nascosti tra l’erba alta.

Quel rettangolino di terra, tra la città e il bosco, era proprio il posto giusto per creare qualcosa di bello e così Massimo e Renzo hanno iniziato a progettare il Giardino della Biodiversità.

Per valorizzare questo angolo di Vigevano, gli ideatori hanno pensato anche un itinerario ciclo-pedonale che attraversasse luoghi simbolici: l’Anello Sforzesco.

Il Giardino della Biodiversità

Il Giardino della Biodiversità racchiude amore per natura e per la comunità e propone spunti didattici e di approfondimento; accosta infatti aiuole fiorite ad un angolo di svago, alberi autoctoni e stazioni tematiche.

Area Pic-Nic

Due nuovi tavoli da pic-nic e una rastrelliera per le biciclette occupano l’angolo a nord.

Abbiamo piantato qui due giovani Querce, che tra qualche anno saranno pronte a tenere in ombra i tavoli.

Prato selvatico

Al centro del Giardino, delimitato da una corda e da una siepe di Ligustro, cresce un prato selvatico.

Qui abbiamo seminato fiori e piantato ginestre e biancospini; sono stati mantenuti gli Aceri Campestri ed eliminati i Noci Americani.

E’ qui inoltre che Massimo porta i fiori che salva dalle strade: presto avremo un bel prato fiorito di Armeria lanceolata, Garofani selvatici, Verbasco, Knautia arvensis e Carote selvatiche!

Area Tematica

Nella fascia a sud, lungo il canale sfioratore, abbiamo creato le aiuole delle piante aromatiche e alcune stazioni tematiche di promozione della biodiversità:

  1. Hotel per gli insetti
  2. Capannina di edera
  3. Riconoscimento di alberi e arbusti
  4. Cumulo di pietre
  5. Catasta di legna

Alberi autoctoni

Un filare di alberi autoctoni, caratteristici del territorio, costeggia ad est il prato selvatico.

L’Anello Sforzesco

L’Anello Sforzesco è un circuito che ripercorre tratti dello storico Naviglio Sforzesco e del Canale Conti che da esso deriva.

L’itinerario prende il via nel parcheggio della Chiesa della Frazione Buccella di Vigevano. Gira poi intorno alla storica Cascina della Buccella e prosegue attraverso le campagne e gli orti che lambiscono la città, fino ad arrivare alla Centrale idroelettrica Enel di Vigevano. L’anello poi continua sulla pista ciclo-pedonale lungo il Canale Conti fino al Partitore della Buccella e infine ritorna al parcheggio.

Questo itinerario è nato per unire idealmente l’aspetto agricolo del territorio a quello della produzione di energia elettrica, entrambi resi possibili dall’abbondanza di acqua trasportata dal Naviglio Sforzesco e dal Canale Conti. In questo contesto è cruciale il Partitore, che separa le acque nei due canali dagli scopi tanto diversi.

Potete scaricare la traccia da qui.

I lavori

La squadra

Il progetto, che ha avuto origine nelle teste e nei cuori di Massimo e di Renzo, è stato subito accolto e promosso da Club Lions Vigevano Host e da Leo Club Vigevano, associazioni storicamente impegnate a livello sociale e culturale. Enel, proprietaria del terreno, ha autorizzato con entusiamo l’iniziativa.

A livello pratico è stata però una forte e determinata squadra di volontari a creare il Giardino della Biodiversità:

  • Massimo Balocco: Guardia-Parco per il Parco Lombardo della Valle del Ticino
  • Renzo de Candia: Associazione Nazionale Alpini (Gruppo Vigevano-Mortara) e Lions Vigevano
  • Fausto Bocca: Associazione Nazionale Alpini (Gruppo Vigevano-Mortara)
  • Massimo Riccardi: Associazione Nazionale Alpini (Gruppo Vigevano-Mortara)
  • e ovviamente io!!

L’operatività

Abbiamo iniziato i lavori a Ottobre del 2020 e ci siamo dati da fare tutto l’inverno, un po’ a singhiozzo purtroppo a causa delle diverse settimane in cui la Lombardia era in zona rossa.

Le prime cosa da fare erano di pulizia: rimuovere vecchi tavoli da pic-nic, sfalciare le erbacce, rimuovere gli infestanti.

Poi finalmente è iniziata la parte creativa: posizionare i nuovi tavoli e dar loro l’impregnante, sistemare la rastrelliera per le biciclette e costruire la staccionata divisoria. Poi abbiamo scelto e portato in loco i sassi e con questi abbiamo disegnato le aiuole e preparato il cumulo per ospitare rettili e anfibi. Intanto abbiamo iniziato a creare le stazioni tematiche e Massimo in cantina ha preparato un hotel per gli insetti veramente bellissimo!

Poi finalmente, quando l’ambiente era pronto, abbiamo iniziato a seminare i fiori e a piantare alberi, arbusti e ginestre. Le piante aromatiche nelle aiuole sono state le ultime e le più impegnative.

Quando il Giardino della Biodiversità ha iniziato a diventare un posto carino, invitante e frequentato, sono iniziati gli atti vandalici. Tanti dei sassi sono stati gettati nel canale, le targhette descrittive delle essenze rotte a calci, i rami dell’edera tagliati di netto, alcune delle piante aromatiche sradicate e abbandonate in un angolo del prato… Superata la delusione, siamo riusciti a rimettere tutto in ordine e, con il supporto di altri cittadini appassionati, siamo riusciti a custodire la biodiversità per cui abbiamo tanto lavorato.

Immaginate la sorpresa che ho avuto quando, risistemando le pietre che erano state sparse per il Giardino, ho trovato nel cumulo una Raganella!?

Il gruppo dei Custodi della Biodiversità

Negli ultimi mesi la squadra si è allargata e altri appassionati si sono uniti a noi: lo staff di Aqqua, Deborah, Marco, Paola, Sara…

Hanno inoltre partecipato al progetto:

  • Club Lions Vigevano Host: finanziamento economico per l’acquisto dei materiali
  • Enel: pannelli didattici sulla Centrale di Vigevano e contributo economico per l’acquisto dei materiali
  • Parco Lombardo Valle del Ticino: fornitura bacheche, tavoli da pic-nic e panchine
  • Associazione Irrigazione Est Sesia: progettazione grafica di alcuni dei pannelli illustrativi

Grazie a tutti!

 

Ti piace? Ti ci porto e te lo spiego dal vivo!

PIGIA QUI

ticino grand tour giorno 4

Ticino Grand Tour – Giorno 4: diario di viaggio

Ticino Grand Tour – Giorno 4: diario di viaggio

Da Tornavento di Lonate Pozzolo a Sesto Calende

 

Il racconto di Marina del quarto giorno del Ticino Grand Tour

Ticino Grand Tour – Giorno 4

Ieri sera abbiamo fatto festa per il compleanno di Massimo, ma anche questa mattina siamo pronti presto per partire. Dobbiamo affrontare gli ultimi 30 chilometri a piedi: la stanchezza dei giorni passati si fa sentire, ma siamo carichi per l’ultima tappa!

Partenza

Partiamo dal centro parco della ex-dogana, ci incamminiamo risalendo il Canale Villoresi e scendiamo poi nel bosco lungo la strada dei mulini fino alle conche che collegano il Canale Industriale al Ticino. Sfruttiamo l’opera idrica ormai in disuso come passerella per attraversare e proseguiamo nel bosco fino a Vizzola Ticino. Non mi ero mai inoltrata in questo spicchio di foresta tra il fiume e il canale e scopro scorci interessanti. La storia delle conche che abbiamo appena superato e dell’approdo a grossi gradini che si intravede nella vegetazione disegna un paesaggio ancora più interessante.

Questo lungo cammino che stiamo facendo svela ogni giorno meraviglie e curiosità, ambienti sempre diversi che vale la pena di attraversare a piedi.

A Vizzola ritroviamo il Canale Industriale e percorriamo poche centinaia di metri sull’asfalto prima di poter riprendere il sentiero che costeggia il Fiume; qui il panorama sul Ticino è costante e diventa sempre più bello via via che saliamo.

Siamo d’accordo di raggiungere la diga del Panperduto per fermarci per il pranzo: anche oggi abbiamo negli zaini una bella scorta dei manicaretti di Raffaella!

Merenda naturalistica

La fame nera e la stanchezza mi impongono però una pausa per la merenda prima della sosta concordata e decido di fermarmi con Massimo su di un piccolo terrazzo su un deflettore della massicciata di contenimento del fiume poco prima del Fogador. Qui godiamo di un bellissimo panorama sul Ticino e notiamo come questo sia popolato da uccelli acquatici di ogni tipo: germani, svassi, aironi, smerghi, folaghe, etc…

Dopo qualche minuto di contemplazione, ci rimettiamo in cammino per raggiungere Titti e Alberto. Indecisi se passare dal fiume o dal canale, scegliamo il primo perché ci ricordiamo di un bel sentiero nel bosco che collega la spiaggia del Fogador con la diga del Panperduto. Presto ci troviamo però in una giungla impenetrabile in cui piante schiantate e rovi quasi ci impediscono il passaggio. Superati diversi ostacoli e districati i grandi zaini dai rovi prepotenti, raggiungiamo finalmente la diga e ci accorgiamo che da quel lato il sentiero è chiuso con una transenna.

Pranzo con vista

Perplessi ed affannati attraversiamo anche la diga e raggiungiamo i nostri compagni di cammino, che ci aspettano per il pranzo di fronte allo storico e caratteristico edificio bianco del Panperduto. Pranzo abbondante e caffè e siamo pronti per ripartire.

Purtroppo ci aspetta un brutto tratto lungo la statale 336 per raggiungere Porto della Torre ed imboccare il sentiero E1 che risale la scarpata del Ticino. Attraversiamo ora l’affascinate pineta del Vigano, un tipo di bosco che ancora non avevamo mai incontrato nel nostro pellegrinaggio. Il silenzio della pineta contrasta con il rumore del traffico della strada e la morbidezza del fondo del sentiero è decisamente gradevole per i piedi che hanno appena camminato sull’asfalto!

Proseguiamo sempre dritti ed entriamo finalmente in Golasecca. Questa cittadina di case piccole e grandi cortili, di ville antiche e di strade strette, mi sorprende piacevolmente; mi riprometto di tornare per visitarla con calma appena possibile.

Scendiamo nuovamente al fiume attraversando i boschi a nord della città verso l’area archeologica del Monsorino.

Ormai è quasi fatta!

Siamo in anticipo sulla tabella di marcia e ne approfittiamo per una  sosta al campeggio a conoscere personalmente Giorgia, il cui entusiasmo avevo già intuito al telefono.

Arrivo a Sesto Calende!!

Pochi metri ancora e varchiamo la soglia del comune di Sesto Calende!!

Facciamo il nostro ingresso trionfale sul lungo-lago. Abbiamo i volti abbronzati, le facce stanche, i sandali ai piedi e gli scarponi in mano. Siamo sporchi, stanchi ed affamati. E siamo pieni di soddisfazione per aver compiuto finalmente questa prima faticosa parte della nostra spedizione.

Ci meritiamo ora uno spritz con le olive, una doccia e una notte nel letto comodo di un albergo!

Domani mattina partiremo presto per iniziare la discesa del Ticino in raft…

 

…segue

In cammino da Pavia a Molino d’Isella: Massimo

Scarpinando da Molino d’Isella a Boffalora: Marina

Gambe in spalla da Boffalora Ticino a Tornavento: Massimo

Continua…

Inizia l’esperienza in fiume dal Panperduto a Vigevano

Pagaiando da Vigevano a Torre d’Isola

L’arrivo trionfale a Pavia

ticino grand tour giorno 3

Ticino Grand Tour – Giorno 3: diario di viaggio

Ticino Grand Tour – Giorno 3: diario di viaggio

Da Boffalora Ticino a Tornavento di Lonate Pozzolo

 

Il racconto di Massimo del terzo giorno del Ticino Grand Tour

Ticino Grand Tour – Giorno 3

Cammino spesso e lavoro ogni giorno con gli scarponi ai piedi per più di sette ore e non ho mai avuto vesciche sui piedi, ma questa volta mi sono impegnato a fondo ed ho collezionato una serie di queste antipatiche e dolorose lesioni epidermiche tutte in un colpo… Avrei preferito dilazionare nel tempo questa rincorsa alla bolla dolorante!

La terza tappa del Ticino Grand Tour inizia con la scoperta degli appositi cerotti!

Dovrebbero aspettarci più o meno venticinque chilometri di cammino, ma temo che saranno di più; il solo pensiero di partire a piedi da Boffalora ed arrivare a Lonate Pozzolo allunga quella linea immaginaria sentieristica che ho stampato nella mia personale cartografia mentale.

Partenza

Sono le 6.30: siamo pronti e fa  freddo di nuovo, abbiamo però dormito e fatto colazione al chiuso. Il Guardiaparco Andrea, gentilissimo, ci viene a salutare e chiede se abbiamo riposato bene. Partiamo alla volta del Ponte di Boffalora dove studieremo anche il passaggio da fare tra qualche giorno con il gommone.

Un’ora di cammino e siamo nelle belle campagne a nord di Boffalora Ticino, inframezzate da boschi percorsi da rogge con acqua limpidissima; purtroppo però sentiamo già in sottofondo i rumori dell’autostrada e della ferrovia ad alta velocità. Acustica di un mondo sempre in frenetico movimento, ferite perenni ad un territorio fragile, due cerniere che aprono i boschi.

Calendario celtico

Passati sotto queste due lingue di asfalto e binari, ci dirigiamo verso la Lanca di Bernate dove incontriamo un gruppo di ciclisti incuriositi con i quali scambiamo qualche parola. Visitiamo il Calendario celtico,  recentemente risistemato dal Parco del Ticino, e qui vengo a conoscere che il mio albero magico è il Salice: non lo avrei mai pensato! Mi piacciono tantissime altre piante, ma ne prendo atto, tanto più che oggi è il mio compleanno!

Fare una bella escursione durante il proprio compleanno lo consiglio a tutti: ti fa pensare in modo diverso a ciò che stai facendo e vivendo, a quello che hai fatto nella vita, a cosa avresti potuto fare in certi momenti passati più o meno sbagliati e, soprattutto, a tutto ciò che hai davanti da fare con la persona che ami, ma anche con te stesso.

Sentiamo dei movimenti pesanti in fuga nel bosco, ma non vediamo nulla e la nostra immaginazione va subito ad un gruppo di cinghiali in fuga; un Picchio nero lancia il suo inconfondibile fischio territoriale, ma anche lui è invisibile a noi.

Siamo in ritardo sui tempo di marcia, qualcuno zoppica un poco, altri si lamentano del peso degli zaini sulle spalle, un componente del gruppo nota un sacco di rifiuti lanciato in una roggia e si lancia in un soliloquio polemico sulla mancanza di attenzione ambientale in questo strano paese che è l’Italia, gli altri annuiscono con rabbia ed impotenza, ma con passo incalzante.

RaiTre

Abbiamo mezz’ora di tempo per raggiungere il ponte di Castelletto di Cuggiono dove ci aspetta Silvia di RAI 3 per un servizio su di noi, ma ci impiegheremo un’ora. Getto in corpo una manciata di arachidi, benzina personale per la marcia… (ho una dipendenza incontenibile per la frutta secca!).

Giunti al Ponte sul Naviglio, incontriamo la simpaticissima giornalista ed i due operatori ai quali spieghiamo la nostra iniziativa e quindi ci incamminiamo tutti insieme lungo questa tappa,  prima nella campagna e poi lungo il fiume, dirigendoci spediti verso il Bosco delle Faggiole.

Bosco delle Faggiole

La pausa pranzo viene consumata in questo bosco il cui nome forse era dovuto alla presenza dei Faggi in tempi passati (le faggiole sono i frutti di questa bellissima pianta); mangeremo verdure di vario tipo accompagnate da ottime burrate (due a testa!), un  pranzo un poco pesante ma che verrà ben presto “bruciato”.

Passiamo il ponte di Turbigo (o di Oleggio a seconda se sei lombardo o piemontese), percorriamo il lungo-fiume della ex Colonia elioterapica e infine raggiungiamo il passaggio sul ponte-canale dello scarico della Centrale di Turbigo inferiore. Sulla nostra destra, tra le piante, in lontananza intravvediamo le ciminiere a strisce dell’altra centrale elettrica. Il sottobosco è un tripudio di fiori di Dente di cane e Scillia bifolia.

Ponte tibetano

La nostra fase digestiva regredisce di colpo con i simpatici sussulti dei nostri pesanti passi sul Ponte Tibetano, ma al di là ci sono gli operatori della RAI che già ci stanno riprendendo, allora rinforziamo la forza di gravità dentro i nostri stomaci e con passo oscillante attraversiamo, salutiamo ed accenniamo quasi falsi sorrisi, raggiungendoli in fretta.

Li ringraziamo per le riprese e dopo averli salutati ci incamminiamo per un’ora su un sentiero che attraversa una bellissima zona di prati e boschi fino al Molino del Ponte, dove incontriamo tante persone che passeggiano; infine arriviamo al Canale Industriale di Nosate e ci concediamo una sosta a base di merendine energetiche consumate guardando lo sfrecciare delle biciclette sulla ciclabile.

Navigli

In questa terra di Navigli, Canali e Scaricatori che scorrono paralleli e che si intrecciano, tutti alimentati dalle acque di Ticino, capiamo quanto sia importante il fiume per una infinità di esigenze ed attività umane. Purtroppo questa forzata captazione di acqua a monte penalizza fortemente la portata del fiume nel primo tratto della vallata tra il Panperduto e Turbigo.

La terza tappa volge al termine: raggiungiamo la splendida terrazza sulla Valle del Ticino proprio al momento dell’aperitivo (d’asporto) e consumiamo uno Spritz godendoci il panorama che spazia dal Monte Rosa al Monviso. Tutti i presenti ci guardano e noi ne siamo anche un poco fieri.

Buon compleanno!

Il giorno 3 del Ticino Grand Tour finisce alla Dogana di Tornavento con una superba cena in compagnia di Raffaella ed Alessia ed una magnifica torta per questo mio splendido, alternativo, faticoso, assolato, cinquantatreesimo compleanno.

 

…segue

In cammino da Pavia a Molino d’Isella: Massimo

Scarpinando da Molino d’Isella a Boffalora: Marina

Continua…

Verso la fine dell’avventura sulle gambe da Tornavento a Sesto Calende: Marina

Inizia l’esperienza in fiume dal Panperduto a Vigevano

Pagaiando da Vigevano a Torre d’Isola

L’arrivo trionfale a Pavia

ticino grand tour giorno 2

Ticino Grand Tour – Giorno 2: diario di viaggio

Ticino Grand Tour – Giorno 2: diario di viaggio

Da Molino d’Isella a Boffalora Ticino

 

Il racconto di Marina del secondo giorno del Ticino Grand Tour

Ticino Grand Tour – Giorno 2

L’alba

Al mattino presto il bosco si sveglia prima di noi. Ancora imbozzolati nel sacco a pelo, nella tenda ricoperta dalla brina, sentiamo il cinguettio di svariati uccelli, il tamburellare dei picchi e il lontano abbaiare dei caprioli. Più vicina, una volpe abbaia languida al sole che sta per sorgere e si allontana dal nostro campo con calma.

A fare da cornice alla nostra colazione è un’alba rosa e zuccherosa. Abbiamo caffè, tè, frutta e brioches (fresche o fredde?) per incamerare energie ed affrontare la seconda tappa della nostra avventura.

Smontiamo le tende poco convinti perché sono gelate e non abbiamo tempo di farle asciugare; ma ci aspettano per oggi altri 30 chilometri, quindi non possiamo indugiare.

Alcuni inconvenienti

Dopo i primi zoppicanti passi nei boschi della Ghisolfa ci rendiamo presto conto che diversi membri della squadra hanno necessità di cambiare le scarpe per proseguire. Massimo in particolare ha i piedi massacrati dalle vesciche!

 consiglio: se avete in programma un cammino lungo e impegnativo, scegliete scarpe che i vostri piedi conoscono bene, non scarpe con cui vi siete trovati bene per qualche passeggiata breve. Prestate attenzione che non entrino sassolini o corpi estranei che possano crearvi delle piaghe. Scegliete scarpe in cui le articolazioni del piede abbiano agio di muoversi bene.

La vicinanza con Vigevano rende possibile il supporto degli amici: ci diamo appuntamento all’uscita del bosco per ricevere un rifornimento di scarpe di ricambio e di cerotti per le vesciche.

Nell’attesa perdiamo un po’ di tempo e ripartiamo quindi spediti per recuperare; tento una scorciatoia per la campagna, ma presto mi rendo conto che non “scorcia” per niente!

E’ mattino ancora e abbiamo energia, proseguiamo a passo svelto attraversando la periferia di Vigevano per raggiungere il ponte sul Ticino e per proseguire in sponda sinistra. Una pausa per la focaccia (non per me, purtroppo) in via San Giovanni ci ristora nel corpo e nell’anima e presto raggiungiamo il sentiero di là dal fiume.

Attraverso i boschi

Ci allontaniamo quindi dalla statale e dalla ferrovia inoltrandoci in un bosco silenzioso e poco frequentato dagli umani; a giudicare dalle tracce presenti è invece molto popolato da cinghiali e da caprioli!

Saliamo verso nord con decisione, ma dobbiamo abbandonare il bosco e proseguire per la campagna per evitare alcuni guadi che ostruiscono il sentiero nella foresta. Un capriolo al pascolo nel campo ci guarda perplesso, si allontana con pochi agili salti e rimane ad osservarci a distanza di sicurezza.

Attraversiamo una cascina e cerchiamo un posto che ci piaccia per fermarci a pranzare. Lo troviamo vicino ad un fosso: qui aironi bianchi e cinerini, garzette e anatre, poiane e nutrie ci fanno capire che si mangia bene! abbiamo nello zaino le abbondanti monoporzioni che ci ha procurato Raffaella: riso basmati con verdure, polpette senza glutine, parmigiana di melanzane e fagioli in umido. Siamo affamati e spazzoliamo tutto, a costo di appesantire il passo per il pomeriggio. Per fortuna la borraccia di Titti ha ancora qualche goccia di vino!

Ripartiamo barcollanti e attraversiamo le verdi campagne ad ovest di Abbiategrasso: i prati sembrano quasi di smeraldo nella luce del pomeriggio.

Il passo riprende gradualmente la sua elasticità e, passato il Canale Scolmatore, imbocchiamo un sentiero che costeggia il fiume e che poi si infila in un bosco che non conosco e che mi affascina moltissimo. La traccia è sottile e tortuosa, il terreno è morbido, rogge e lanche disegnano uno scenario da favola ed immaginiamo ovunque elfi e trolls.

Questa avventura per me è anche un sopralluogo e sono felice di trovare e conoscere boschi così affascinanti.

A metà del pomeriggio la stanchezza del cammino inizia a farsi sentire e il passo rallenta. Non per Alberto: lui non si stanca mai; ha in spalla uno zaino di quasi venti chili e il passo tranquillo del mattino, non prende mai fiato e continua a parlare e a scherzare con la stessa energia per tutto il giorno.

La fatica

Quando raggiungiamo finalmente i boschi della Fagiana io sono veramente stanca: sono schiacciata da uno zaino troppo pesante e ho dolore ai piedi, alle anche e alle spalle.

 consiglio: se dovete camminare tanto, prestate massima attenzione al peso dello zaino, considerate con meticolosità quello che vi servirà. Un bagaglio eccessivo grava per ore e per chilometri su tutto il corpo, che è abituato a gestire solo il proprio peso. Nel caricare lo zaino all’inizio dell’avventura io ho sbagliato: ho considerato indispensabili cose che poi non ho mai avuto la forza di utilizzare e ho sofferto veramente tanto il peso del bagaglio.

Mi domando a volte come mi sia venuta la strana idea di questo cammino e come abbiano tutti potuto accoglierla con tanto entusiasmo! Perché nessuno mi ha detto quanto sia folle camminare per tanti chilometri al giorno??

Allo stesso tempo però mi rendo conto che sono nel posto giusto, che quello è il mio ambiente e che ciò che sto facendo mi dà più forza mentale che stanchezza fisica. E’ una bella fatica quella che provo: è il giusto tributo al territorio che amo e che voglio far conoscere. Mi sento una privilegiata a poter fare questa fatica e a decidere di farlo ad ogni passo: è il giusto tributo al mio corpo.

Proseguiamo per le foreste della Fagiana e il sole sta per tramontare; non abbiamo tempo da perdere e mi dispiace di non potermi attardare ad osservare e ad ascoltare il bosco.

Sappiamo che potremo trascorrere la prossima notte in un posto caldo e asciutto: il guardiaparco Andrea P. ci ha infatti offerto il suo ufficio per il bivacco notturno. Questo è un lusso che ci scalda le ossa e il cuore!

Il castello

Raggiungiamo il Cascinello Paradiso al tramonto, trascinandoci stanchi ed affamati lungo l’ultimo viale. La costruzione di mattoni rossi, alla luce tagliente dell’ultimo sole, ci pare un castello.

Ci raggiungono Raffaella con la cena e Marco con il vino: il banchetto reale è servito e siamo pronti per andare a dormire. Alle 20.30!

 

…segue

In cammino da Pavia a Molino d’Isella: Massimo

Continua…

Gambe in spalla da Boffalora Ticino a Tornavento: Massimo

Verso la fine dell’avventura sulle gambe da Tornavento a Sesto Calende: Marina

Inizia l’esperienza in fiume dal Panperduto a Vigevano

Pagaiando da Vigevano a Torre d’Isola

L’arrivo trionfale a Pavia

ticino grand tour giorno 1

Ticino Grand Tour – Giorno 1: diario di viaggio

Ticino Grand Tour – Giorno 1: diario di viaggio

Da Pavia a Molino d’Isella

 

Il racconto di Massimo del primo giorno del Ticino Grand Tour

L’inizio dell’avventura

Non ricordo il momento preciso in cui Marina, mia moglie nella vita quotidiana, mi sottopose l’idea del Ticino Grand Tour. Ricordo però chiaramente che trovai l’idea molto bella e non esitai ad accettare subito a partecipare alla spedizione.

Sapevo di giocare in casa: ventotto anni di servizio come Guardiaparco nella Valle del Ticino non sono pochi! Camminare per più di cento chilometri in quattro giorni e poi scendere il fiume per tre giorni di navigazione su di un gommone era invece un’esperienza che non avevo mai fatto,  ma che sicuramente valeva la pena di fare!

E allora, pronti e via, qualche settimana di preparativi e tanta voglia di partire per un’impresa fuori dalla porta di casa,  in una veste di semplice camminatore, una specie di moderno pellegrino, forse con degli occhi un poco “di parte”, ma pur sempre pronti ad osservare e scoprire nuove cose lungo il cammino.

Alberto e Titti di AqQua saranno con noi; non li conosco benissimo, ma so che mi troverò perfettamente con loro perché come me sono amanti della vita all’aria aperta, sono un poco selvatici e si adattano a qualsiasi condizione. Purtroppo però sono sicuramente più sportivi di me!

Ticino Grand Tour – Giorno 1

La partenza

Ed eccoci il lunedì mattina presto, a Pavia; abbiamo scaricato gli zaini dalla macchina, che riprenderemo tra sette giorni, e siamo pronti ad iniziare questa nostra avventura.

Ci troviamo di fianco al bellissimo ponte coperto sul Ticino. Qualcuno ci guarda con curiosità, qualcuno non ci degna neanche di uno sguardo, forse un poco tutti stanchi di questo periodo storico globale minacciato da un nemico invisibile, forse anche troppo stanchi del quotidiano terrorismo mediatico e dalla confusione e disordine mentale generato.

Ci sentiamo dei privilegiati, quasi dei fuggitivi, e forse lo siamo in una nostra personale dimensione.

Siamo partiti da poco che incontriamo subito Barbara, una mia collega Guardiaparco, é a piedi sul lungo fiume per verificare la pulizia  di un’area presa d’assalto da molte persone dopo uno dei primi fine settimana assolati di una stagione invernale un poco umida e piovosa; ci congediamo da lei dopo pochi minuti di saluti e di battute sull’impresa che abbiamo iniziato. I muscoli si stanno scaldando e la voglia di proseguire é tanta.

L’addio alla civiltà

In poche centinaia di metri superiamo gli ultimi baluardi di civiltà cittadina: passiamo sotto il Ponte dell’Impero (o della Libertà), superiamo la sede della Canottieri Pavia, scivoliamo sotto il ponte della Ferrovia e della Tangenziale… Per una volta nella mia vita passo sotto tre ponti in una manciata di minuti: sono strutture che ho sempre percorso “da sopra”, in più occasioni. Qualche pilone é stato dipinto con murales colorati, alcuni anche belli; sono forse un tentativo di colorare di vita il grigio del cemento armato, ma per noi sono gli ultimi segnali della città che oramai é alle spalle.

Pausa caffè

Dopo quasi due ore di cammino siamo sempre paralleli al fiume, ma oramai nel bosco. Ci concediamo un primo caffè mattutino da Moka portatile, seduti in una spiaggetta di sabbia con tronchi di piante che ci fanno da poggia-schiena… Un caffè all’aria aperta ha tutto un altro gusto!

Si riparte quasi subito, non abbiamo incontrato ancora nessuno. Giungiamo poi ad un piccolo locale chiuso e lì troviamo due persone in bicicletta, un poco allibite dai nostri grossi e pesanti zaini. Dopo aver loro spiegato cosa stiamo facendo, li salutiamo e ci dirigiamo a passo spedito verso le campagne di Carbonara Ticino ed i boschi di Zerbolò. Lungo il percorso abbiamo da passare una roggia con due possibilità di attraversamento: un ponticello ed un guado. Io scelgo il guado così rinfresco un poco i piedi.

In questa zona, lungo i campi e le strade fangose, ci sono tracce di animali ovunque, soprattutto Cinghiali e Caprioli, ma anche Daini e Tassi.

Giungiamo alla Cascina Venara e veniamo accolti dallo schioccare dei becchi delle Cicogne che oramai hanno già occupato i loro nidi alti sui grossi Pioppi e Salici e sono impegnate nei riti di accoppiamento. Ce ne sono tantissime; qualcuna vola via, molte ci guardano dall’alto e mantengono il loro presidio fatto di rami intrecciati senza mani.

Un Porciglione scappa correndo lungo la riva della Lanca e si rifugia in una macchia di Saliconi. Un volo di Germani reali prende quota schiamazzando e forse imprecandoci dietro per avere interrotto il loro riposo diurno.

Guadagniamo metri su metri con passo svelto e,  dopo un punto panoramico eccezionale sul fiume ed i suoi meandri, arriviamo all’ora di pranzo al Ponte di barche di Bereguardo.

Il pranzo sulla roggia

Questo è il primo posto civilizzato dopo quasi cinque ore di cammino, da cui tuttavia decidiamo di allontanarci subito per rifugiarci nei vicini e bellissimi boschi delle Tenuta Occhio, che fu di proprietà di Sofia Loren. Qui faremo la nostra prima pausa pranzo al sacco all’ombra di Carpini e Querce, vicini ad una roggia le cui acque provenienti dalle campagne si gettano in una Lanca del fiume.

La ripartenza avviene dopo un’ora e ci porta a percorrere immersi in un bellissimo bosco misto di pianura, accompagnati dal picchiettio dei Picchi, dai canti di Capinere, Fringuelli e Merli, tutti segnali della natura che ci dicono che la primavera è vicina. Siamo per un momento ancora vicini al fiume e nell’acqua si vedono grossi esemplari di Carpe ed Aspi; poi il sentiero si allontana e rientra nuovamente in bosco. Arriviamo ad un vecchio ponte in legno che lasciamo sulla nostra destra per dirigerci verso la Roggia Cerro, in direzione Vigevano. Oramai mancano poche ore di cammino al punto dove abbiamo pensato di fermarci per dormire con le tende.

Dopo avere camminato per due ore per boschi umidi di Ontano nero e boschi asciutti di Roverella ed Olmo, e dopo avere visto scappare un Cinghiale spaventato dalla nostra presenza, arriviamo lungo il sentiero delle Farfalle. Purtroppo la stagione è ancora fredda e non vi é traccia di Lepidotteri, ma la zona é veramente bella: confina con stupende marcite, ed è vivacizzata da una moltitudine di canti di uccelli.

Siamo ad un’ora dal primo campo dove dormiremo e puntualissima, dopo pochi minuti di attesa, arriva in auto Raffaella a portarci la cena e la colazione per domani.

Il primo campo

Il sole si sta abbassando e la temperatura pure, arriviamo ai boschi della Ghisolfa intorno alle 17.30; montiamo subito il campo e consumiamo la cena con le luci oramai sbiadite di una bellissima prima giornata di cammino.

Il primo giorno del Ticino Grand Tour é già volato via; dopo circa 35 chilometri di cammino, siamo stanchi e felici.

 

Continua…

Scarpinando da Molino d’Isella a Boffalora: Marina

Gambe in spalla da Boffalora Ticino a Tornavento: Massimo

Verso la fine dell’avventura sulle gambe da Tornavento a Sesto Calende: Marina

Inizia l’esperienza in fiume dal Panperduto a Vigevano

Pagaiando da Vigevano a Torre d’Isola

L’arrivo trionfale a Pavia

 

 

 

 

volpe parco ticino

La Volpe nel Parco del Ticino

Volpe – Parco del Ticino

Nome scientifico: Vulpes vulpes
Nome comune: Volpe

Classificazione sistematica

Classe: Mammiferi
Ordine: Carnivori
Famiglia: Canidi
Genere: Vulpes
Specie: vulpes

Caratteri distintivi

La volpe ha l’aspetto e le dimensioni di un cagnolino (di non più di 10 kg), con il muso lungo e affilato, le orecchie dritte e grandi e la coda lunga e folta portata sempre dritta e mai arricciata.

La pelliccia ha un colore fulvo-rossastro, che può virare al grigio a seconda delle stagioni; il mento, la gola e la punta della coda sono bianchi; la parte posteriore delle orecchie è nera.

Habitat e distribuzione

La volpe è un animale carnivoro molto adattabile, diffuso in tutto il nostro emisfero. In italia è presente quasi ovunque, dalla pianura alla montagna.

Pur occupando habitat e territori di svariata tipologia (dal mare alla montagna, passando dalle periferie delle città), preferisce i boschi e la macchia interrotti da radure in cui è agevole nascondersi e cacciare.

Biologia

La volpe ha abitudini notturne e solitamente trascorre la giornata nascosta tra i cespugli, sotto i tronchi, nei fossi o nella tana: vederla di giorno è raro, e possibile sono in zone particolarmente tranquille. Durante la notte è alla ricerca di cibo: preda di solito lepri, conigli, uccelli e uova… e se ne ha l’opportunità anche le galline nei pollai! All’occasione si nutre anche di altri piccoli animali, di carogne, di frutta e di rifiuti. Il territorio di caccia della volpe è di circa 300 ettari e dipende dalla densità di risorse disponibili.

La tana della volpe, scavata nel terreno morbido del bosco, è costituita da una grande camera con diverse uscite. La somiglianza con la tana del tasso è grande, così che può capitare che la volpe utilizzi tane di tasso abbandonate o che i due animali condividano lo stesso ambiente. Pare però che il tasso sopporti poco il forte odore della volpe e che talvolta si rassegni a lasciarle la casa! Per comodità, capita anche che la volpe scavi la propria tana sotto grossi massi, all’interno di manufatti o sotto le strade.

Il periodo degli amori va da Dicembre a Marzo: in questo periodo maschio e femmina si cercano attraverso segnali olfattivi e sonori. Abbaiando, maschio e femmina si chiamano ripetutamente fino ad incontrarsi; due maschi invece si tengono vicendevolmente alla larga. Tra Aprile e Maggio nascono i cuccioli, che saranno allattati dalla madre per circa sei settimane; i volpacchiotti iniziano comunque a mangiare qualcosa di solido già ad un mese grazie alle attenzioni del padre, che procura il cibo per tutta la famiglia. Capita a volte che il padre lasci fuori dalla tana anche qualche “giocattolo”: si tratta di oggetti (tra cui scarpe o guanti da giardino!) con cui i cuccioli si esercitano alla caccia. I piccoli rimangono nella tana dopo lo svezzamento fino all’autunno, momento in cui inizieranno la dispersione in cerca del proprio territorio. I maschi si allontanano solitamente più delle femmine; alcune di esse posso anche rimanere in famiglia e assistere la madre nel parto dell’anno successivo.

Tracce

Impronte: le impronte della volpe sono molto simili a quelle di un piccolo cane e misurano circa 5 o 6 centimetri. Rispetto al cane hanno però la forma più allungata e i segni delle unghie più evidenti ed appuntiti. La pista è solitamente rettilinea e il passo misura più o meno 50 centimetri.

Pur non essendo animali particolarmene territoriali, le volpi marcano il proprio passaggio con gli escrementi, con l’urina e con segnali odorosi particolari.

Escrementi: le fatte della volpe sono di solito lasciate bene in vista su luoghi elevati come sassi, tronchi d’albero, ciuffi d’erba. Sono salsiciotti dalla forma arrotondata ad una estremità e appuntita all’altra; il colore e la consistenza variano a seconda della dieta e possono quindi contenere peli o semi.

Odore: l’odore della volpe è acre e particolare; impossibile da descrivere, è anche impossibile da dimenticare una volta che lo si è individuato. Persistente e acido, lo si trova frequentemente all’ingresso delle tane, lungo i sentieri nel bosco o sull’immondizia abbandonata in natura.

La volpe nel Parco del Ticino

Questa specie è diffusa quasi ovunque nel territorio del Parco.

Da un censimento compiuto dall’ente Parco nei primi anni ottanta è emerso un dato curioso: la maggiore densità di tane era presente nell’area di Parco Regionale aperta alla caccia e non, come ci si sarebbe aspettato, nella fascia di Parco Naturale in cui i fucili sono vietati. Uno studio più approfondito rivelò poi la difficoltà di censire con esattezza tutte le tane, dal momento che queste sono spesso ben nascoste dai rovi o ereditate dai tassi.

E’ facile incontrarla nei boschi, nelle capagne e talvolta nei paesi.

Purtroppo è frequente trovare individui particolarmente confidenti, abituati a ricevere cibo dall’uomo. Ma ricordiamoci che dare cibo agli animali selvatici è sbagliato per diversi motivi:

  • interferisce sulla selezione naturale
  • riduce la capacità degli animali di procurarsi il cibo da soli
  • rende gli animali insistenti, prepotenti e aggressivi
  • la confidenza degli animali selvatici con l’uomo li espone a nuovi pericoli

La volpe nel video qui sotto è stata ripresa con una fototrappola autorizzata in un bosco selvaggio del Parco del Ticino. Non è bellissima??

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escursioni parco ticino

Escursioni nel Parco del Ticino

Escursioni nel Parco del Ticino

Le escursioni a piedi, in canoa o in bicicletta, sono il mezzo migliore per conoscere il Parco del Ticino. Immergersi in silenzio nella sua Natura è il modo più emozionante per scoprirne la grande bellezza.

Per quanto sia vicinissimo a Milano e facilmente raggiungibile da tutto il Nord Italia, il Parco non ha l’attenzione di pubblico che merita. Anche le persone che vivono all’interno dei suoi confini lo conoscono molto poco, non lo capiscono e spesso lo sfruttano senza consapevolezza.

Se vogliamo comprendere il Parco e il suo territorio così sottovalutato, è importante sapere come è stato istituito e come è strutturato.

Non vi annoierò con tanti numeri, ma vi spiegherò in breve perché il Parco esiste e quanto sia importante la tutela di questi ambienti. Conoscere l’ambiente in cui si svolgeranno e nostre escursioni è fondamentale per organizzarle al meglio, e soprattutto per capire ed apprezzare quello che vediamo.

La geografia del Parco

Il Parco del Ticino è l’area protetta fluviale più grande d’Europa, coinvolgendo Lombardia e Piemonte dal Lago Maggiore al Po su entrambe le sponde del Fiume Ticino(vedi la mappa).

Il Ticino è il settimo fiume italiano per lunghezza (248 km) e il secondo per portata (dopo il Po di cui è affluente). Il suo corso è tradizionalmente diviso in tre segmenti geologico-geografici: la parte montana (Ticino Superiore), che scorre in territorio svizzero; la parte lacuale, che comprende il Lago Maggiore; la parte pianeggiante (Ticino Inferiore), che scorre in Italia tra Sesto Calende e il Po.

L’andamento del Ticino Inferiore varia con il variare del substrato geologico del terreno su cui scorre e disegna il territorio solcandolo dalle colline fino alla vallata, passando per la pianura irrigua.

Tra Sesto Calende e Somma Lombardo lo vediamo quindi fluire incassato in gole profonde, incise nei depositi morenici. Da Somma fino a Motta Visconti il fiume ha invece un andamento reticolare, si divide in rami, crea lanche ed isole di ghiaia che cambiano forma ad ogni piena. Nell’ultimo tratto fino alla confluenza con il Po il Ticino scorre invece in un alveo più stretto disegnando ampi meandri.

Il corso del fiume è in costante evoluzione: la scarsa presenza di strutture di contenimento e la naturalità dell’alveo e del territorio alluvionale consentono al Fiume di divagare liberamente (e senza danni) durante le piene. La corrente del fiume modifica incessantemente il proprio corso e disegna un paesaggio sempre in movimento e dall’alto valore ecologico.

La gestione del Parco

Il Parco del Ticino per come lo conosciamo è costituito da due Parchi differenti, che fanno capo a due enti differenti: il Parco Lombardo della Valle del Ticino che gestisce il territorio Lombardo e l’Ente di Gestione delle Aree Protette del Ticino e del Lago Maggiore che gestisce invece il territorio Piemontese.

Ciascun Ente è a sé stante e ha leggi, regolamenti e statuti propri.

Ente di Gestione delle Aree Protette del Ticino e del Lago Maggiore

L’Ente di Gestione delle Aree Protette del Ticino e del Lago Maggiore ha sede alla Villa Picchetta di Cameri e gestisce 16 aree protette nel Nord-Ovest del Piemonte; queste coinvolgono 60 Comuni posti lungo la riva piemontese del Lago Maggiore e del Ticino.

Il Parco Naturale della Valle del Ticino è stato istituito nel 1978 e comprende 6.560 ettari per 16 comuni, da Castelletto Ticino fino a Cerano.

Parco Lombardo della Valle del Ticino

Il Parco Lombardo della Valle del Ticino ha sede a Pontevecchio di Magenta ed è stato istituito nel 1974; comprende 91.800 ettari per 47 comuni, divisi in 3 province, da Sesto Calende (VA) a Mezzanino (PV).

La storia

Il Parco è nato su iniziativa popolare, con una raccolta di firme (oltre 30 mila) promossa nel 1967 dalla Sezione Pavese di Italia Nostra. I disboscamenti scriteriati e la speculazione edilizia prepotente di quegli anni, oltre ai primi progetti del Canale Scolmatore di nord-ovest, destavano grande preoccupazione per il patrimonio naturalistico della Valle del fiume.

La petizione, promossa da Italia Nostra e sostenuta dall’allora sindaco di Pavia, chiedeva l’istituzione di un parco fluviale che si estendesse su tutta la Valle del Ticino e che prevedesse due aree di differente protezione:

  1. l’ambito fluviale (rive e terrazzi fluviali): doveva restare ad alto livello di naturalità e tutelato giuridicamente come i parchi nazionali;
  2. un’area esterna più ampia: doveva essere destinata ad attività umane compatibili con le caratteristiche paesaggistiche del territorio.

Il primo successo fu un generico vincolo paesistico da parte della Soprintendenza. Seguirono poi l’istituzione del Parco nel 1974 e l’approvazione del primo Piano Territoriale di Coordinamento (PTC) nel 1980.

Il Parco Lombardo della Valle del Ticino è il primo Parco Regionale in Italia e il primo Parco Fluviale in Europa!

Con l’introduzione del Piano regionale delle aree regionali protette (1983), della Legge quadro sulle aree protette (1991) e del Testo unico delle leggi regionali in materia di istituzione di parchi (2007), l’assetto giuridico del Parco ha assunto finalmente l’attuale conformazione: un Parco Naturale all’interno di un Parco Regionale.

Questo assetto a Matrioska rispecchia i due regimi di tutela già suggeriti dai promotori del Parco alle sue origini.

Il Piano Territoriale di Coordinamento

Il PTC è il principale strumento di gestione e di pianificazione del territorio: indica le politiche di tutela dell’ambiente naturale e di sviluppo delle aree urbane. Gli strumenti di attuazione del PTC sono i piani di settore (uno per i boschi e uno per la fauna) e i regolamenti.

Il Parco Lombardo del Ticino ha due distinti PTC, uno per il Parco Regionale e uno per il Parco Naturale. Entrambi riportano gli obiettivi del piano e gli strumenti di attuazione, il regime di protezione e l’azzonamento, gli strumenti di pianificazione e di attuazione

Prima di intraprendere una escursione nel Parco del Tcino, vi invito alla lettura dei documenti (e dei relativi regolamenti) e vi suggerisco di consultare il portale cartografico dell’Ente per conoscere le diverse zone nei dettagli.

Per semplificare, vi riporto di seguito le principali differenze nei regimi di tutela tra Parco Naturale e Parco Regionale:

Parco Naturale:

  • definito e disciplinato dalla legge nazionale 394/91,
  • vietata la caccia,
  • vietate le cave.

Parco Regionale:

  • definito e disciplinato dalla legge regionale 86/83,
  • consentita la caccia,
  • consentite le cave.

Riconoscimenti

Man and the Biosphere – MAB

Man and the Biosphere – MAB

Il Programma "L'uomo e la biosfera", Man and the Biosphere – MAB, è un programma scientifico intergovernativo avviato dall’UNESCO nel 1971 per promuovere su base scientifica un rapporto equilibrato tra uomo e ambiente attraverso la tutela della biodiversità e le buone pratiche dello Sviluppo Sostenibile.

Rete natura 2000

Rete natura 2000

Natura 2000 è il principale strumento della politica dell'Unione Europea per la conservazione della biodiversità. Si tratta di una rete ecologica diffusa su tutto il territorio dell'Unione volta a garantire il mantenimento a lungo termine degli habitat naturali e delle specie di flora e fauna minacciati o rari a livello comunitario.

Le escursioni nel Parco del Ticino

Veniamo finalmente a noi. Perché vi ho raccontato tutte queste cose? cosa c’entrano con le escursioni?

A mio parere la storia, la conformazione e i regolamenti del Parco sono fondamentali per conoscerlo, capirlo ed apprezzarlo. Così come sono convinta che l’obiettivo di una escursione sia proprio quello di conoscere il territorio, capirlo ed apprezzarlo. E’ proprio questa valenza culturale che caratterizza l’escursione rispetto alla passeggiata o alla prestazione sportiva.

Purtroppo mi rendo conto che il Parco del Ticino non gode dell’attenzione che merita: è poco conosciuto, poco capito e poco apprezzato.

Esplorarlo a piedi, con calma e in ogni stagione è il modo più diretto per scoprirne le meraviglie.

Il Fiume

Il cuore del Parco è il Ticino: è il fiume che mantiene l’intero ecosistema, che disegna il paesaggio e che consente lo sviluppo di habitat di pregio per numerose specie animali e vegetali.

I panorami sul fiume che si aprono di tanto in tanto quando camminiamo sui sentieri lungo le rive destano meraviglia, ma non distraggono dalle mille bellezze create dalla biodiversità.

Dalla riva del fiume ammiriamo e distinguiamo infatti la folta vegetazione, siamo ipnotizzati dal dolce scorrere dell’acqua, osserviamo le numerose e diverse specie di uccelli che animano l’ambiente.

Un binocolo, un po’ di pazienza e tanta attenzione consentono di conoscere personalmente aironi, rapaci, anatre…

I boschi

Intorno al fiume si estende il più grande patrimonio forestale della Pianura Padana.

Questa fascia boschiva è l’ultimo baluardo della foresta planiziale primaria e custodisce moltissimi ecosistemi differenti. Attraversando la pianura da Nord a Sud rappresenta un corridoio ecologico di fondamentale importanza per il movimento degli animali tra le Alpi e gli Appennini. Molte specie hanno trovato qui il loro habitat e vi si sono stabilite.

Percorrere i sentieri che attraversano queste foreste a passo lento e attento può riservare ogni volta belle sorprese. Avventurarsi in silenzio nei boschi consente spesso di incontrare la fauna selvatica o le tracce del suo recente passaggio.

Ascoltare le voci di questi boschi dalle essenze così varie consente di percepirne la sinfonia cantata dalla grande varietà di uccelli stabili o migratori che vi abitano. Ogni stagione, ogni ora del giorno, ogni tipologia di bosco ha una voce diversa che racconta storie affascinanti a chi ha voglia di ascoltarle.

Le mie escursioni

Per i tesori che nascondono, per le bellezze che disvelano e per la vita che custodiscono, i boschi del Ticino sono il luogo di elezione della mia attività escursionistica e di educazione ambientale.

Le mie escursioni nel Parco del Ticino sono avventure alla scoperta di un mondo poco conosciuto e di una Natura che si mostra e che ci accoglie, sono percorsi di attenzione che ci conducono a riscoprire noi stessi nella Natura.

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escursioni nel Parco del Ticino

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Gli itinerari

I sentieri cartografati nel Parco del Ticino costituiscono una rete di circa circa 780 km.

Con il progetto “Vie Verdi del Ticino” l’ente parco ha creato una mappa georeferenziata dei percorsi presenti sul territorio. Sul sito dedicato troverete anche numerosi itinerari suggeriti, classificati in relazione alla localizzazione, alla difficoltà ciclabile, alla lunghezza ed alla tipologia.

Se decidete di intraprendere escursioni nel Parco senza una guida, preparatevi con attenzione per conoscere bene l’itinerario scelto e l’ambiente che questo attraversa. Se siete escursionisti poco esperti, valutate l’opportunità di fare un corso di escursionismo prima di mettervi in marcia.

Buone escursioni!

The parks, enjoyable and inspiriting from many points of view, had found their highest-quality use – encouragement of our understanding of our place in nature, and among our fellow human beings. Freeman Tilden

legno morto

Il legno morto nel bosco

Il legno morto nel bosco e il suo ruolo nell’ecosistema

Le foreste naturali sono ecosistemi complessi e dinamici, nei quali tutte le specie presenti hanno una specifica funzione biologica.

Gli alberi rappresentano le colonne portanti dell’ecosistema forestale, non solo perché costituiscono la principale sorgente di biomassa, ma anche perché garantiscono il sostestamento di una grande varietà di fauna in ogni momento del loro ciclo vitale.

In particolare, circa il 30% della biodiversità che costituisce un ecosistema boschivo è legata al legno morto. Si tratta di licheni, funghi, muschi, animali vertebrati e invertebrati la cui esistenza dipende dai microhabitat che si creano in alberi morenti e cavi o in alberi morti e marcescenti.

Gli organismi saproxilici

Organismi saproxilici sono tutte quelle specie che dipendono, in qualche stadio del proprio ciclo vitale, dal legno morto.

I funghi e gli insetti saproxilici hanno una funzione ecologica estremamente importante all’interno dell’ecosistema forestale: essi sono infatti gli autori della decomposizione del legno.

Sono proprio i funghi per primi ad aggredire il legno compatto infiltrandosi sotto alla corteccia, creando quindi le condizioni per l’avvento degli insetti che completano l’opera di decomposizione.

Insetti xilofagi

Gli insetti xilofagi (che si nutrono di legno) sono principalmente larve di coleotteri. La loro funzione di decompositori (allo stadio adulto o larvale) non esaurisce l’importanza ecologica di questi insetti, che rappresentano anche una vitale fonte di sostentamento per altre specie.

I picchi

I picchi in particolare si nutrono di insetti e di larve che cercano sotto la corteccia degli alberi, all’interno dei tronchi e nella polpa del legno marcio.

Questi uccelli a loro volta contribuiscono ad accelerare la decomposizione del legno: le cavità scavate all’interno dei tronchi espongono infatti il legno ad aria ed umidità, favorendo l’aggressione da parte di funghi ed altri agenti esterni.

I picchi scavano i loro nidi nel legno, sfruttando quando possibile cavità già disponibili in alberi secchi o marcescenti.

Altre specie

Altri numerosi uccelli trovano protezione per la nidificazione negli alberi morti: cince, civette e allocchi, etc…

Tra i mammiferi sono soprattutto roditori, mustelidi e pipistrelli a sfruttare le cavità degli alberi per ripararsi e per riprodursi.

Diverse specie di anfibi e di rettili trovano infine casa sotto a grandi piante schiantate o all’interno di vecchie ceppe.

Il rinnovamento del bosco

La decomposizione del legno morto è fondamentale al processo di rinnovamento del bosco, perché restituisce al terreno un gran numero di nutrienti.

Le giovani piante, che hanno finalmente trovato spazio e luce dopo la morte di una pianta anziana, hanno quindi a disposizione fertile humus per la loro crescita.

Il ciclo dei nutrienti quindi si chiude, assicurando la corretta funzionalità dell’ecosistema forestale.

Il legno morto offre quindi una enorme ed importante varietà di habitat e di nicchie ecologiche che garantiscono l’equilibrio dell’ecosistema boschivo.

L’importanza dei boschi maturi

Il legno morto in bosco è costituito da alberi schiantati, rami caduti, ceppaie sradicate, etc…

La presenza di legno morto è garantita quindi principalmente dall’invecchiamento degli alberi e in secondo luogo da eventi accidentali come incendi e tempeste.

Un’ulteriore causa possono essere infestazioni di funghi o di insetti.

La presenza di grossi alberi anziani nei boschi maturi è dunque una condizione indispensabile per avere legno morto.

La gestione forestale

Lo sfruttamento sistematico delle foreste, perpetrato da un lato con tagli a ciclo breve per ottenere legname e dall’altro con interventi di pulizia per agevolare il turismo, tende ad eliminare il legno morto in bosco.

L’assenza di boschi maturi e la frammentazione degli habitat in favore di spazi agricoli e urbanizzati, hanno causato il forte declino degli insetti saproxilici. Molti di essi sono a rischio di estinzione, nonostante la loro grande importanza ecologica.

Una gestione forestale accorta tiene conto della quantità ottimale di legno morto da lasciare al bosco e ne valuta i tempi di decomposizione.

Sono così state redatte linee guida e piani forestali volti alla salvaguardia della fauna saproxilica e della funzionalità degli ecosistemi forestali.

Conclusioni

Un bosco pulito in cui si può mangiare per terrabello ordinato e sicuro, è in realta un bosco molto povero.

La biodiversità e l’equilibrio dell’ecosistema forestale sono garantiti solamente dalla naturalità e dal lavoro di tutte le specie.

Vi ricordate anche del ruolo importante dell’edera nel rinnovamento e nella selezione naturale del bosco?

Hedera Helix

Hedera Helix – edera comune

Hedera helix

Ordine: Apiales Nakai
Famiglia: Araliaceae’ Juss.
Tribù: Hedereae
Genere: Hedera L.

Arbusto rampicante

Hedera Helix o edera comune è un arbusto rampicante molto diffuso alle nostre latitudini.

Il nome del genere deriva dal latino Haerere, che significa ‘stare attaccato’; l’epiteto specifico helix deriva dal greco Helissein, che significa ‘arrampicarsi’.

L’edera ha un fusto volubile che, soprattutto nei primi anni di vita, non è in grado di sostenere la pianta. Per questo motivo, alla ricerca di luce, l’edera ha bisogno di un supporto per crescere in altezza: un albero, un palo, un muro, etc…

In età adulta il fusto e i rami principali si ingrossano e diventano tronchi solidi; li vediamo spesso avvinghiati alle piante con cui crescono, tanto da essere inglobati tra i rami di queste.

L’edera aderisce strettamente ai supporti tramite piccole e fitte radici aeree che si insinuano saldamente nelle crepe dei muri o delle cortecce assicurando alla pianrta una salda aderenza. Queste radici hanno funzione meccanica e non nutritiva: come le altre liane infatti essa si nutre tramite le sue proprie radici infisse nel terreno.

Sempreverde

L’edera è una pianta sempreverde e porta foglie persistenti, alterne, di colore verde scuro e lucide; la forma delle foglie varia a seconda che queste siano portate da rami maschili o femmini.

Rami maschili

I rami maschili sono sterili e sono caratterizzati dalle radici aeree che servono alla pianta per ‘muoversi’ strisciando a terra in cerca del supporto e arrampicandosi avvinghiate ad esso in cerca della luce; portano foglie a 3-5 lobi, dalla tipica forma con cui solitamente disegnamo l’edera.

Rami femminili

I rami femminili invece portano i fiori, non hanno radici aeree e le foglie sono intere e con una forma ovato-romboidale, quasi a cuore. I fiori sono piccoli e giallo-verdastri, molto profumati e riuniti in ombrelli che compaiono alla fine dell’estate. Questa fioritura tardiva dell’edera è fonte di preziosa bottinatura per migliaia di insetti che in questo periodo dell’anno non avrebbero altrimenti altri pollini. I frutti sono drupe carnose di colore nero che contengono in media 2 – 5 semi, che sono fonte di cibo per numerose specie di uccelli soprattutto in inverno.

Proprietà fitoterapiche

Le proprietà curative dell’edera comune sono note fin dai tempi di Ippocrate e di Galeno in particolare per la cura della tosse. Le saponine triterpeniche contenute nelle foglie hanno infatti proprietà espettoranti, fluidificano il catarro e calmano la tosse. L’edera ha inoltre proprietà decongestionanti, vaso-costrittrici, anticellulitiche e antinevralgiche.

Per gli scopi medicinali sono usate solo le foglie: i frutti sono velenosi per l’uomo.

Funzione ecologica

Hedera Helix svolge un ruolo ecologico di fondamentale importanza per l’equilibrio del bosco e per la fauna.

Innanzitutto, la copertura perenne di foglie che avvolge i tronchi degli alberi offre a questi un’eccellente coibentazione; garantisce inoltre riparo agli animali selvatici e ospitalità a numerose specie di uccelli nidificanti.

La fioritura tardiva abbiamo visto che è preziosa per gli insetti bottinatori, che alla fine dell’estate difficilmente trovano altri fiori; le bacche carnose disponibili in inverno sono invece un’importante fonte di sostentamento per gli uccelli.

Il peso e il volume che i rami sempreverdi dell’edera caricano sulle piante cui si appoggiano possono, in caso di forte vento, pioggia o neve, appesantirla molto e causarne lo schianto. Questo succede alle piante vecchie e malate, che non sono sufficientemente forti da reggerla. Questo fenomeno, contribuendo alla caduta delle piante meno resistenti, è molto importante per il rinnovamento del bosco per due motivi: da un lato si creano spazio e luce per consentire la crescita di nuove piante, dall’altro la pianta vecchia e schiantata rimarrà a marcire in terra. (Vi parlo del ruolo fondamentale del legno marcio in bosco in questo post.)

Miti e leggende

Dioniso

L’edera era nell’antichità uno dei simboli di Dioniso, tanto che questo era chiamato kissostéfanos che significa ‘incoronato d’edera’.

Il mito racconta che l’edera comparve subito dopo la nascita del dio, per proteggerlo dal fuoco che bruciava il corpo della madre in seguito ad un fulmine lanciato da Zeus; si dice inoltre che la pianta avvolgesse tutta la casa di Cadmo, attenuando le scosse di terremoto che accompagnavano il fulmine. Per questo motivo i tebani avevano consacrato questa pianta a Dioniso e la chiamavano perikiosos, che significa ‘avvolgitore di colonne’.

Dalla pianta prendeva il nome anche la fonte Kissoûssa presso Tebe, dove le ninfe avrebbero bagnato il piccolo Dioniso dopo la nascita; le leggende raccontano inoltre che il dio sia stato allevato sul monte Elicona (dall’epiteto helix).

Poiché era la pianta sacra a Dioniso, si diffuse la convinzione che circondare la fronte con una corona di edera prevenisse gli effetti dovuti alle intossicazioni da eccesso di vino.

Simboli

La forma a cuore delle foglie e il portamento avvinghiato indissolubilmente al supporto fanno dell’edera simbolo di fedeltà ed amore eterno.

In quanto sempreverde è simbolo anche di immortalità.

NOTA IMPORTANTE

Purtroppo è credenza diffusa che l’edera sia parassitaria e dannosa per gli alberi cui si arrampica: NON E’ VERO. Non troverete questa informazione su alcun testo di botanica.

In realtà Hedera Helix non danneggia in alcun modo una pianta sana: non è un parassita perché ha le proprie radici con cui trarre il nutrimento dal terreno e non soffoca un albero con un buon apparato fogliare.

Nei boschi ad alta naturalità del Parco del Ticino Hedera Helix è molto diffusa e svolge egregiamente il suo ruolo nell’ecosistema del bosco. Capita però purtroppo di trovare talvolta alcune piante vandalizzate a colpi d’ascia: questa pratica non solo non è utile al bosco, ma è anche dannosa e sanzionabile!

Abbiamo visto che l’edera può essere pericolosa solo per le piante vecchie e malate, delle quali può compromettere la stabilità. Se questo effetto nel bosco ha solo vantaggi di tipo ecologico, può invece essere percepito come dannoso da chi ha interessi particolari su determinati alberi: ad esempio la quercia che fa i fughi porcini del ‘funsatt’, l’albero secolare del paese o la quercia sulla riva del fosso dell’agricoltore, etc…

Ma se gli interessi dell’uomo prevalgono su quelli dell’ecosistema, chi dobbiamo davvero considerare come dannoso? l’uomo o l’edera?

 

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